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Il 7 settembre 2012 esce il primo album di Adriano Bono e la Banda de Piazza Montanara, intitolato:


996 vol.1 - i sonetti romaneschi di Giuseppe Gioachino Belli



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Si tratta di un vero e proprio concept-album che viene pubblicato (Otrlive/Venus) in omaggio al poeta romano proprio nel giorno del duecentoventunesimo anniversario della sua nascita:




G.G.Belli (Roma, 7 settembre 1791 – Roma, 21 dicembre 1863)


L’album infatti è interamente costituito da canzoni tratte dai dissacranti sonetti romaneschi del poeta ottocentesco autore di un canzoniere di duemiladuecento sonetti, opera universalmente considerata una pietra miliare della letteratura romantica europea e un “momumento alla plebe” della roma papalina del XIX secolo.

Canzoniere di sonetti che tra l'altro non venne mai pubblicato con il poeta in vita, in quanto il tono canzonatorio nei confronti del Papa e della gerarchia ecclesiastica che all’epoca governava lo Stato Pontificio avrebbe esposto l’autore a una immancabile persecuzione e probabile esecuzione capitale (per ghigliottina!) in piazza Castel Sant’Angelo.

Per questa ragione l’autore avrebbe voluto pubblicare i sonetti, rimasti clandestini per molti anni, con il titolo “Il 996”, una sorta di firma crittografica dove la cifra numerica stava proprio per ggb, le iniziali del poeta.

Dopo la sua morte il materiale venne dato alle stampe (pur sempre in versione incompleta e pesantemente edulcorata) andando con il tempo ad occupare il posto che merita nella storia della letteratura Italiana, fermo restando che ancora fino al 1960 (ed oltre) l’oscenità e l’iperrealismo che caratterizzano i sonetti in romanesco continuano a sucitare scandalo.

Ora, grazie al lavoro di Adriano Bono e La Banda De Piazza Montanara l’opera del grande poeta romano torna a brillare illuminata da una nuova luce, trasformata in canzoni orecchiabili e di facile memorizzaizone e supportata dal sound sperimentale di una formazione elettrica capace di spaziare dal Rock al Folk, dal Reggae alla musica elettronica, ma sempre con estrema fluidità.

Vero filo conduttore dell’album sono i testi originali dei sonetti, trattati con rispetto reverenziale e modificati solo il tanto necessario ad adattarli al formato canzone.



Tracklist e testi




1 - ER VINO


Er vino è ssempre vino, Lutucarda:
indove vôi trovà ppiú mmejjo cosa?
Ma gguarda cquì ssi cche ccolore!, guarda!
nun pare un’ambra? senza un fir de posa!

Questo t’aridà fforza, t’ariscarda,
te fa vviení la vojja d’esse sposa:
e vva’, (1) si mmaggni ’na quajja-lommarda, (2)
un goccetto e arifai bbocc’odorosa.

È bbono asciutto, dorce, tonnarello,
solo e ccor pane in zuppa, e, ssi è ssincero,
te se confà a lo stommico e ar ciarvello.

È bbono bbianco, è bbono rosso e nnero;
de Ggenzano, d’Orvieto e Vviggnanello:
ma l’este-este (3) è un paradiso vero!

Terni, 3 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

(1) E ve’, e vedi. (2) Sterco. (3) Celebre è la storia dell’est est est di Montefiascone.


Sonetto tratto da una leggenda che risale al 1100, la storia di un Vescovo gran inteditore di vino, il quale durante un viaggio verso Roma scopre l’ottimo vino di Montefiascone, e lì si ferma fino alla sua morte, avvenuta proprio per l’eccessivo bere. Da questa leggenda nasce il vino chiamato Est!Est!!Est!!!, ancora oggi prodotto nell’area di Viterbo. La musica a supposrto del testo è un valzer con derive elettroniche e Rock, un elegante connubbio tra folk e modernità.




2 - LI BECCAMORTI


E cc’affari vòi fà? ggnisuno more:
sto po’ d’aria cattiva è ggià ffinita:
tutti attaccati a sta mazzata vita...
Oh vva’ a ffà er beccamorto con amore!

Povera cortra (1) mia! sta llí ammuffita.
E ssi (2) vva de sto passo, e cqua er Ziggnore
nun allúmina un po’ cquarche ddottore,
la profession der beccamorto è ita.

L’annata bbona fu in ner disciassette. (3)
Allora sí, in sta piazza, era un ber vive, (4)
ché li morti fioccaveno a ccarrette.

Bbasta...; chi ssa! Mmatteo disse jjerzera
c’un beccamorto amico suo je (5) scrive
che cc’è cquarche speranza in sto Collèra.

18 marzo 1834

(1) Coltre. (2) E se. (3) Nel 1817, anno del tifo petecchiale. (4) Era un bel vivere. (5) Gli.

Dialogo tra due beccamorti che si lamentato dello scarso lavoro, ricordano con nostalgia i bei tempi dell’epidemia malarica del 1817, e ripongono tutte le loro speranze in una nuova epidemia di colera in arrivo verso Roma dall’Est Europa. Il sonetto è stato scelto perchè svolge il tema della relatività del bene e del male con un tono di umorismo nero e di tagliente ironia. La base musicale, caratterizzata da un accompagnamento in stile “rumoristico”, ben si addice alla bizzarria del testo.




3 - ER LAVORE (1)


Nun vojjo lavorà: ccosa ve dole? (2)
Pe sta vita io nun me sce sento nato.
Nun vojjo lavorà: mme sò spiegato,
o bbisoggna spregacce (3) antre (4) parole?

A ddiggiuno sò ffiacco de stajole; (5)
e ddoppo c’ho bbevuto e cc’ho mmaggnato,
tutto er mi’ gusto è dde stà llí sdrajato
su cquer murello che cce bbatte er Zole.

Cuanno che ffussi dorce la fatica,
la voríano (6) pe ssé ttanti pretoni
che jje puncica (7) peggio de l’ortica.

Va’ (8) in paradiso si cce sò (9) mminchioni!
Le sante sce se (10) gratteno la fica,
e li santi l’uscello e li cojjoni.

Roma, 30 gennaio 1833

(1) Il lavoro. (2) Cosa volete? (3) Spregarci. (4) Altre. (5) Gambe. (6) Vorrebbero. (7) Punge. (8) Guarda. (9) Se ci sono. (10) Ci si.

Chi parla è un giovane che non ha alcuna voglia di lavorare, adducendo come esempio della sua condotta i preti e l’intera gerarchia ecclesiastica (cui la fatica gli “puncica come l’ortica”) insieme alle anime del paradiso, luogo in cui, come si sa, non c’è alcuna necessità di lavorare e faticare. Sonetto scelto perchè rappresenta uno dei migliori esempi del genio cominco del Belli, accompagnato a ritmo di psycho-swing e con un finale in perfetto stile “stornello”.



4 - ER CAFFETTIERE FISOLOFO (1)


L’ommini de sto Monno sò ll’istesso
che vvaghi (2) de caffè nner mascinino:
c’uno prima, uno doppo, e un antro (3) appresso,
tutti cuanti però vvanno a un distino.

Spesso muteno sito, e ccaccia spesso
er vago grosso er vago piccinino,
e ss’incarzeno (4) tutti in zu l’ingresso
der ferro che li sfraggne in porverino. (5)

E ll’ommini accusí vviveno (6) ar Monno
misticati (7) pe mmano de la sorte
che sse li ggira tutti in tonno in tonno;

e mmovennose (8) oggnuno, o ppiano, o fforte,
senza capillo (9) mai caleno a ffonno
pe ccascà nne la gola de la Morte.

Roma, 22 gennaio 1833

(1) Filosofo. (2) Vaga. (3) Altro. (4) S’incalzano. (5) Polvere. (6) Vivono. (7) Mescolati. (8) Movendosi. (9) Capirlo.

Una breve ma intensa meditazione sul senso della vita e della morte, nella quale gli esseri umani sono paragonati a chicchi di caffè, tutti (grandi e piccoli) ugualmente destinati a venire sbriciolati nel vorticoso “meccanismo” del macinino del caffettiere. Base musicale a tinte fosche e dal ritmo serrato, con un finale che non lascia scampo.




5 - ER MOSTRO DE NATURA


Che vvòi che sseguitassi! Antre campane
sce vonno, sor Mattia, pe cquer batocco!
L’ho ssentit’io ch’edèra (1) in nel’imbocco!
Ma ffréghelo, per dio, che uscello cane!

Va ccosa ha d’accadé mmó a le puttane!,
de sentimme bbruscià cquanno me tocco!
Si è ttanto er companatico ch’er pane,
cqua ssemo a la viggija (2) de San Rocco. (3)

N’ho ssentiti d’uscelli in vita mia:
ma cquanno m’entrò in corpo quer tortore (4)
me sce fesce strillà Ggesummaria!

Madonna mia der Carmine, che orrore!
Cosa da facce (5) un zarto (6) e scappà vvia.
Ma nun me frega (7) ppiú sto Monzignore.

Roma, 9 dicembre 1832 - Der medemo

(1) Cos’era. (2) Vigilia. (3) Nell’ospizio annesso alla chiesa di S. Rocco si raccolgono le donne prossime ai parti di contrabbando. (4) Tortore è in Roma «un ramo d’albero troncato in misura giusta per ardere nei camini». (5) Farci. (6) Salto. (7) Non mi corbella, non mi ci prende più.

La voce narrante è quella di una prostituta che si lamenta di essere incappata tra le mani di un cliente decisamente “troppo” ben dotato e per di più di alto rango ecclesiastico. La conclusione è: <<Ma nun me frega ppiú sto Monzignore>>.  La base saltellante e i cori onomatopeici ben si addicono al tema trattato.




6 - LE RISATE DER PAPA


Er Papa ride? Male, amico! È sseggno
c’a mmomenti er zu’ popolo ha da piaggne. (1)
Le risatine de sto bbon padreggno
pe nnoi fijjastri (2) sò ssempre compaggne.

Ste facciacce che pporteno er trireggno
s’assomijjeno tutte a le castaggne:
bbelle de fora, eppoi, pe ddio de leggno,
muffe de drento e ppiene de magaggne.

Er Papa ghiggna? Sce sò gguai per aria:
tanto ppiú cch’er zu’ ride (3) de sti tempi
nun me pare una cosa nescessaria.

Fijji mii cari, state bbene attenti.
Sovrani in alegria sò bbrutti esempi.
Chi rride cosa fa? Mmostra li denti.

17 novembre 1834

(1) Piangere. (2) Il nostro romanesco ha ragione. Noi difatti siam figli di Gesù Cristo e della Chiesa sua sposa, la quale, morto il primo marito, è tornata a tante altre nozze, e non cessa malgrado della sua decrepitezza. (3) Il suo ridere.

Un accorato avvertimento a non fidarsi mai dei potenti che si mostrano in pubblico con sorrisi smagliati, perchè:<<
Fijji mii cari, state bbene attenti. Sovrani in alegria sò bbrutti esempi. Chi rride cosa fa? Mmostra li denti.>> Denti pronti a mordere, evidentemente. Il testo ha ispirato un rock’n’roll grintoso e venato di sonorità moderne che risaltano l’attualità dell’ammonimento.




7 - LA CARITA' DDOMENICANA


M’è stato detto da perzone pratiche
che nun zempre li frati a Ssant’Uffizzio
tutte le ggente aretiche e ssismastiche
le sàrveno (1) coll’urtimo supprizzio.

Ma, ssiconno li casi e le bbrammatiche
pijjeno per esempio o Ccaglio o Ttizzio,
e li snèrbeno a ssangue in zu le natiche
pe cconvertilli e mmetteje ggiudizzio.

Lí a sséde (2) intanto er gran inquisitore,
che li fa sfraggellà ppe llòro bbene,
bbeve ir (3) zuo mischio e ddà llode ar Ziggnore.

«Forte, fratelli», strilla all’aguzzini:
«libberàmo sti fijji da le pene
de l’inferno»; e cqui intiggne li grostini.

30 marzo 1836

(1) Salvano. (2) A sedere. (3) Ir per «il»: sforzo di parlar gentile, dicendosi veramente dai Romaneschi er.

Sonetto dedicato ai frati Domenicani, che ai tempi del Belli erano specializzati e preposti alle attività del Sant’Uffizio, ossia dell’istituto ecclesiastico che aveva ereditato i compiti della Santa Inquisizione. Tra questi compiti figuravano le indagini su eresie e blasfemità di ogni tipo, cui seguivano torture ed esecuzioni capitali. Il testo è accompagnato dal sound trascinante di un Reggae molto energico con venature Rock ed etniche.





8 - L'ISTATE (1)


’Na caliggine come in cuest’istate
nu la ricorda nemmanco mi’ nonno.
Tutt’er giorno se smania, e le nottate
beato lui chi rrequia e ppijja sonno!

L’erbe, in campaggna, pareno abbrusciate:
er fiume sta cche jje se vede er fonno:
le strade sò ffornasce spalancate;
e sse diría (2) che vvadi (3) a ffoco er Monno.

Nun trovi antro (4) che ccani mascilenti
sdrajati in ’gni portone e ’ggni cortile,
co la lingua de fora da li denti.

Nun piove ppiú dda la mità dd’aprile:
nun rispireno ppiú mmanco li venti...
Ah! Iddio sce scampi dar calor frebbile! (5)


Roma, 8 febbraio 1833

(1) La state. (2) E si direbbe. (3) Che vada. (4) Altro. (5) Crede il popolo, con ispavento, che giunto il calore al grado così detto febbrile, in tutti gli uomini entri la febbre.

Durante la calura estiva a Roma aumetavano di parecchio le condizioni di insalubrità. Chi poteva permetterselo fuggiva in campagna. A chi era costretto a rimanere in città non restava altro che sperare di non essere colto dal “calor febbrile”, fantomatico malanno che i popolani credevano imperversasse nei giorni più caldi dell’anno. L’immobilità dell’aria delle afose giornate estive è suggerita da un accompagnamento Roots-Reggae estremamente lento ed ipnotico, con inevitabile deriva Dub nel finale.




9 - LE FIGURANTE


Che angeli che ssò! (1) cche pputtanelle!
oh bbenemío che bbrodo de pollanche!
Je metterebbe (2) addosso un par de bbranche
da nun fajje restà mmanco la pelle.

A vvedelle arimòvese, (3) a vvedelle
co cquelli belli trilli de le scianche (4)
tremajje (5) in petto du’ zinnette bbianche
come ggiuncate drento a le froscelle! (6)

Che mmodo de guardà! cche occhiate ladre!
Mó vvedo c’ha rraggione er prelatino
che ha mmannato a ffà fotte (7) er Zanto-Padre:

e bbuttanno (8) la scorza (9) e ’r collarino,
d’accordo co la fijja e cco la madre
cià (10) ffatto er madrimonio gran-destino. (11)

Roma, 20 gennaio 1833

(1) Sono. (2) Gli metterei: metterei loro. (3) Rimoversi, agitarsi della persona. (4) Gambe. (5) Tremargli: tremar loro. (6) Fiscelle. (7) Ha abbandonato. (8) Buttando. (9) La divisa. (10) Ci ha. (11) Clandestino.

La storia di un “prelatino” che si innamora di una ballerina di fila del corpo di ballo (le figurante, appunto) che facevano irruzione sui palchi teatrali del’’800 tra il primo e il secondo tempo dello spettacolo in programma. La base musicale tra Folk, Rock’n’Roll e Swing sembra fatta apposta per far fare le acrobazie sul palco a un corpo di ballo.




10 - ER LETTO


Oh bbenedetto chi ha inventato er letto! (1)
Ar Monno nun ze dà ppiú bbella cosa.
Eppoi, ditelo voi che sséte sposa.
Sia mille e mmille vorte bbenedetto!

Llí ttra un re de corona e un poveretto
nun c’è ppiú regola. Er letto è una rosa
che cchi nun ce s’addorme s’ariposa,
e ssente tutto arislargasse (2) er petto.

Sia d’istate o d’inverno, nun te puzza:
pôi stacce (3) un giorno e nnun zentitte (4) sazzio,
ché ar monno sc’è ppiú ttempo che ccucuzza.

Io so cc’appena sciò (5) steso le gamme, (6)
dico sempre: Signore t’aringrazzio;
e ppoi nun trovo mai l’ora d’arzamme. (7)

Roma, 18 febbraio 1833

(1) Questo verso, purificato qui al modo romanesco, è di Giulio Perticari, nella Cantilena di Menicone Frufolo. Il Cervantes disse in lingua sua le stesse parole in lode del sonno. (2) Riallargarsi. (3) Starci. (4) Sentirti. (5) Ci ho. (6) Gambe. (7) Alzarmi.

<<
Oh, bbenedetto chi ha inventato er letto!>>, esclama il popolano protagonista di questo sonetto. Ma tutto lascia pensare che sia il poeta stesso a tessere le lodi di questo oggetto che viene presentato come una delle migliori invenzioni della storia dell’umanità. Il pezzo alterna momenti di Rock trascinante ad altri di atmofere rarefatte, a suggerire la frenesia delle ore diurne e la quiete dei momenti di riposo.




11 - LA BBONA MOJJE


Bbe’, ssò (1) ccontenta, sí: vva’, Ssarvatore:
fa’ ccome vòi e cquer ch’Iddio t’ispira.
Anzi, io direbbe de portà Ddiomira,
ch’è in d’un’età da intenerijje (2) er core.

Bútteteje (3) a li piedi a l’esattore:
prega, marito mio, piaggne, (4) sospira:
bbada però cche nun te vinchi l’ira...
Lassamo fà: cce penzerà er Ziggnore.

Si tte (5) caccia, nun famme la siconna. (6)
Ricordete (7) in quer caso c’hai famijja:
soffrilo pe l’amor de la Madonna.

Ce semo intesi eh Sarvatore mio?
Va’, cch’Iddio t’accompagni. Un bascio, fijja.
Addio: fa’ ppiano pe le scale: addio.

17 marzo 1834

(1) Sono. (2) Intenerirgli. (3) Buttatigli. Il verbo gettare è a questa plebe affatto sconosciuto. (4) Piangi. (5) Se ti. (6) Non farmi la seconda di quella che già. ecc. (7) Ricordati.

Sonetto attualissimo, in cui chi parla è una madre di famiglia in difficoltà economiche che prega il marito di andare dal padrone di casa per chiedere una dilazione sul pagamento della pigione. Il tono drammatico in questo caso è usato senza alcuna traccia di ironia, ma con grande equilibrio e senza mai scadere nel melodramma. Sound elegante e vagamente latino per questo sonetto che però nel finale sfocia in un climax in stila Rock alla Muse, molto espressivo, per poi chiudere con un ostinato di pianoforte che è l’epilogo perfetto per l’intero album.



La sera stessa del 7 Settembre 2012 il disco viene presentato in pompa magna e con grande successo al Teatro Valle Occupato di Roma, nel contesto più ampio di una intera giornata di celebrazioni dedicata a Belli, alla satira e alla poesia in romanesco.


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